MADRI

Occorre fare chiarezza,

probabilmente,

sulla differenza che c’è

tra mamme e madri

nel linguaggio corrente

 

Vocaboli altrimenti interpretati,

inconsapevolmente,

come comuni sinonimi

dalla nostra mente

 http://www.genitorichannel.it/vita-famiglia/differenza-mamma-madre.html

 

MIA MADRE

… <<Quello che mi fa piangere, di mia madre, ormai lo so da anni, eppure non è facile da descrivere, da spiegare: forse il suo assurdo miscuglio di debolezza e di protervia, d’intelligenza e di stupidità, di gelosia e di odio; e poi di fobie, di sofferenza e, insieme, di assenza di rivolta o di rivolta eccessiva ed in fondo inutile; di senso comune e di conformismo, e poi di assurdi ed improvvisi scarti dalla regola; e quel nascondere e mentire, quel rifugiarsi nelle contraddizioni, nell’irrazionale; e, ancora, l’abbandono, ed il dare un tipo d’amore che non serviva a nulla; ma più di tutto, più di tutto, il subire e l’infliggere, e, anzi, di più, l’infliggere agli altri quello che lei subiva con rabbia ed impotenza, l’infliggerlo – così come si presentava, con tutto il dolore immediato che portava con sé, senza nessuna distanza e senza nessuna riflessione – l’infliggerlo a chi capitava, a chi si trovava lì “per caso”, e non poteva neppure, lì per lì, girarle le spalle ed andarsene. Come un figlio piccolo, appunto. Messo lì, come a bada di lei, come se non fosse davvero anche lui o lei una persona. Perché mia madre non mi ha mai amata abbastanza da proteggermi? Negli ultimi tempi, questa domanda ritorna di continuo, insieme al riemergere dei ricordi più lontani e soffocati; mi ossessiona, mi tormenta. È questo il vero dolore all’origine della vita? La mia irreparabile ferita narcisistica? Quella da cui non guarirò mai? Perché lei non mi ha protetto per prima cosa da se stessa, dalla madre stessa? E io credo che il compito fondamentale delle madri sia proprio quello di proteggere i figli da se stesse per prime, e solo dopo dal mondo; perché questo, questo sì, forse si avvicinerebbe all’amore vero, ammesso che una cosa del genere esista, e che possa essere definita; e non quell’eccesso di cure nevrotiche e maniacali che lei metteva in atto, per poi, al sopraggiungere della depressione o della rabbia, passare di colpo alle sue follie, prendermi per i capelli e spingermi contro il muro per farmi mangiare per forza, con il cucchiaio che sembrava tagliarmi gli angoli della bocca troppo piccola, e finirmi in gola; e subito dopo mettersi a rifarmi accuratamente le trecce, perché non andassi in giro, come al solito, tutta spettinata; quel mettermi a forza l’odiato grembiulino a quadretti, un retaggio ottocentesco, con ogni cura da lei stessa cucito, la macchina da cucire spalancata per interi pomeriggi nel soggiorno, come un mostro rumoroso che divorava col suo odiato frastuono ogni possibile discorso, o racconto, o gioco insieme; e tutto perché non mi sporcassi i vestiti, giocando in casa. E poi, alla fine, al sopraggiungere di una nuova gravidanza, non voluta e difficile come tutte le altre, quel liquidarmi, quell’abbandonarmi, così piccola, dai nonni per mesi e mesi, incurante se allora, in tutto quel tempo, portassi o meno il suo maledetto grembiulino, o se mangiassi; se fossi felice, o se, invece, mi sentissi abbandonata; se, insomma, fossi viva o morta o cosa diavolo mi stesse succedendo. E qualcosa, qualcosa di molto serio, mi succedeva davvero, anche se nessuno avrebbe potuto mai immaginarlo. Cose che per tutta la vita avrei poi tenuto sempre ben nascoste in un angolo di me, quasi fosse stata colpa mia; ma ripensandoci ogni giorno, ogni giorno, e non parlandone mai ad anima viva>> …

(Fonte: Laura Bocci, “Sensibile al dolore”. © 2006 RCS Libri, 1^ ed. pag. 66-68)

 

Quell’abbandono,

subito, indesiderato,

può aver scatenato un’ossessione?

 

Può quella paura

essersi impadronita della ragione?

 

… <<Questa mia idea dell’abbandono non riguarda esclusivamente le situazioni d’amore, intendo l’amore in sé e per sé, l’amore di un uomo o per un uomo, perché questo sarebbe forse ancora normale. Invece è una faccenda diversa, e ben più grave, che riguarda la mia stessa sopravvivenza dopo le separazioni in sé, vale a dire dopo una separazione da una qualsiasi persona significativa. Sempre, dopo la e separazione o l’abbandono – tanto più quando sono io stessa che li metto in atto, per la mia impossibilità di vivere oltre in quella situazione, o in quella relazione, o per la paura che sia l’altra o l’altro a lasciare per prima o per primo – si mette in moto qualcosa di troppo doloroso, non qualcosa di normalmente doloroso, ma qualcosa di estremo, da cui non si sa se ci si potrà salvare: un precipitare nel vuoto della chiusa e non sentire nessun sollievo dalla pur desiderata separazione. Solo dopo tanto tempo mi riprendo, dopo aver vissuto tutto il lutto e dopo aver pianto tutte le lacrime, quelle lacrime che avrei dovuto e voluto piangere, con tutta la voluttà del dolore, se davvero quella persona mi avesse abbandonata, ed “io”, invece, avessi desiderato che restasse.>> …

(Fonte: Laura Bocci, “Sensibile al dolore”. © 2006 RCS Libri, 1^ ed. pag. 65)

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2 risposte a MADRI

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