TU SEI ME

No, non ci riusciranno,

mai ci separeranno

e sai perché?

 

Tu Sei

Me

e loro non lo sanno!

 

 

L’AMORE DIVINO

… <<Li lessero e rilessero più volte quei canti: il cielo di Saturno con le anime contemplative, san Pier Damiani a Fonte Avellana, san Benedetto e Cassino, la scala di Giacobbe, le invettive contro la corruzione dei monaci, poi l’ascesa al cielo delle stelle sul cui sfondo si muovono i pianeti nella volta celeste; il poeta entra nella costellazione dei Gemelli, il suo segno zodiacale, dove al cospetto di Beatrice, tre santi, Pietro, Iacopo e Giovanni, lo interrogano sulle virtù teologali: un vero e proprio esame di teologia che Dante deve superare per accedere alla visione di Dio. Pietro sulla fede, Iacopo sulla speranza, Giovanni sulla carità, l’amore divino … Beatrice, Pietro, Iacopo, Giovanni: Antonia trasalì quando lessero insieme i canti dal ventiquattresimo al ventiseiesimo, scrutò i volti dei suoi fratelli per cercare di capire se quei nomi provocassero in loro una reazione qualsiasi, ma Pietro e Iacopo dissero soltanto che i loro omonimi e Giovanni erano i tre santi che avevano assistito alla trasfigurazione di Cristo, e passarono oltre. Così lei ebbe l’impressione d’essere la sola a comprendere fino in fondo quei versi, a capire quale ne fosse la segreta fonte d’ispirazione. “O santa suora mia che sì ne prieghe … dice nel ventiquattresimo canto Pietro a Beatrice, chiamandola insieme suora e sorella. Pietro è la fede, sostanza di ciò che si spera e fondamento dell’impossibile. E infatti Pietro, il suo Pietro, era così. Il fratellino obbediente che accetta il suo destino senza mai lamentarsi, che tiene duro ed è una torre ferma che i venti non piegano mai. Il fratello che non vacilla, che crede, che se ha dubbi, e forse ne ha, non lo mostra mai. Mentre a Iacopo nel venticinquesimo si dà il volto della speranza, l’attesa certa del trionfo di Cristo: la fiducia nel futuro pur nelle strette della storia e del presente inquieto. Così era il suo Iacopo, infatti: stenta a trovare la sua via, ma è tenace nel cercarla, non si lascia abbattere dal pessimismo cui il presente lo indurrebbe. Un ragazzo esigente, che da sé pretende molto e, anche se la vita è avara con lui, non si rassegna. È il primo a buttarsi nelle cose con l’entusiasmo sempre vivo d’un eterno fanciullo: la speranza. Iacopo interroga il padre sulla speranza. Giovanni invece sull’Amore, l’Amore divino, l’Amore cosmico, la charitas-claritas, Luce-Amore.

“Lo ben che fa contenta questa corte,

Alfa e O è i quanta scrittura

mi legge Amore o lievemente forte”.

Trovò straordinario che dovesse essere proprio Giovanni ad interrogare suo padre sull’Amore. È il bene, dichiara il poeta nel ventiseiesimo canto, ad accendere l’Amore: non è Amore se non lo è del bene. Il bene sommo è l’anima divina del mondo, e …

“Ciascun ben che fuor di Lei si trova

altro non è ch’un lume di suo raggio”.

A Giovanni era stato dato di provare l’amore terreno, che non è un barlume di quello cosmico. A lui il destino aveva concesso di sperimentare quella scintilla che sublimata dilata il cuore umano fino alle vertigini del divino. Col tempo avrebbe capito, si disse suor Beatrice. “Fratello”, concluse tra sé e sé, “forse sei solo a metà di una strada in salita, ma quando sarai in cima al monte chissà che altezze del cuore ti saranno riservate, quali gioie incomunicabili riempiranno i tuoi giorni” …

Nell’UNO ti nascondi con i due che porti

e che ci ammantano così (con le loro ali).

Né lì hai riposo: a Tiro o a Cipro

ma qui, attraverso caverne e covi inaccessibili.

Ciò che cerchi sul monte

è già quieto nella piana di Dodona.

Ed essendoci andato,

IO,

vi trascinerò su …

Sembrò loro di star sognando. Poteva essere casuale che unendo i canti, le terzine, le sillabe secondo un disegno numerico contenuto in tre brani altrimenti misteriosi del poema venisse fuori una sequenza di versi piuttosto ibrida quanto a linguaggio, ma comunque dotata di senso? Qual era la probabilità che ciò avvenisse anche in assenza di qualsiasi progetto intenzionale dell’autore? Non sapevano effettivamente cosa credere. Pensarono a Bernard. Con la regola della “muta cum liquida”, lui doveva esserci arrivato subito. E forse era proprio lì che era andato, nella piana di Dodona, in Epiro, dov’era la quercia millenaria attraverso cui Zeus faceva sentire la propria voce all’antico oracolo>> …

Fonte: “Il libro segreto di dante”, romanzo di Francesco Fioretti. © Newton Compton 17^ Ed.: agosto 2011 (pag. 190-191 e 196). Disponibile nella versione e-book a 3,49 euro.

(Booktrailer)

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