RICORDO

 

Debbo ammetterlo, onesta-mente,

per il bene che ora voglio a TE ed a tutta l’altra gente,

il ricordo di quella notte splendente

mai m’ha abbandonato completamente …

 

Tutto è accaduto in un solo istante:

una Luce sfolgorante m’ha illuminato la mente

e subito mi sono sentito onnipotente …

non ci crederai … ma in quel frangente

ho addirittura pensato che, avendo raggiunto il trascendente,

la mia presenza qui … non fosse più importante …

ma ancora, evidentemente, ero nuova-mente incosciente …

 

Avevo semplicemente raggiunto un altro piano d’esistenza

all’interno della mia coscienza,

probabilmente dovuto ad un’inversione di polarità

che mi ha causato non poche perplessità …

e che mi ha costretto a liberarmi

d’ogni supposta, veritiera, conoscenza …

 

È difficile spiegarvi le difficoltà

che ho incontrato nel dover coniugare le due realtà:

una che tutt’ora mi spinge ad esplorare l’ignoto

per vivere costantemente nello stupore;

l’altra che mi trattiene dall’abbandonare

la sicurezza di ciò che mi è noto …

compreso il vecchio concetto dell’amore …

 

Ancora, in un punto più elevato della mia interiorità,

prosegue la lotta per comprendere la dualità …

 

DISTACCO

… <<Appena si ha senso della propria individualità egoica, che pone immediatamente la distinzione rispetto a Dio e al prossimo, ci si deve distaccare. Questo distacco è una “morte”: ciò che ogni tradizione spirituale, d’Occidente come d’Oriente, chiama “mors mystica, o, impropriamente “morte dell’anima” (ma, anche, più propria-mente, “morte dell’io” o “della mente”, n.d.r. ), ovvero la morte dell’egoità, dopo la quale soltanto si ha quella rinascita spirituale di cui Gesù parla a Nicodemo, che è sì “magister in Israel”, ma ignora tutto ciò. Il distacco da se stessi, la morte dell’ego, è la scoperta che il piccolo “io” psicologico cui siamo tanto legati non ha sussistenza, è solo un nome che diamo alla mutevole aggregazione di volizioni, contenuti, pensieri, che muta con essi e con essi scompare, cosicché non si potrebbero neppure dire “io”, o “io sono”. Ego non sum (da Gv I, 27) intitola perciò uno dei suoi splendidi sermoni Giovanni Taulero, giacché a poter dire “io”, e “io sono”, a rigore sarebbe solo Dio (Ego, la parola che significa “io”, a nessuno appartiene più propriamente che a Dio, nella sua unità – sermone “Ego elegi vos de mundo”). In effetti, l’uomo morto a se stesso non pensa più in termini di egoità e usa perciò la parola “io” con grande ripugnanza, solo in quanto vi è costretto dal linguaggio. D’altra parte però, in quanto “rinato nello spirito” (asceso, risvegliato, resuscitato n.d.r.), può dire: “IO Sono” – come Gesù in Gv 8, 58, come Echkart nel sermone 52, come le Upanishad, come Le Saux,>> … ( … come Mauro, ed ogni altro povero cristo … ed, ovvia-mente, ogni altra “Maria” … n.d.r.).

MAGISTER

<<Ricordiamo qui, in breve, che Meister Eckhart è un domenicano tedesco, contemporaneo di Dante. Ai vertici dell’insegnamento universitario, come è dimostrato da quel Meister (magister) che divenne una sorta di nome proprio, e anche ai vertici del suo Ordine, fu però accusato di eresia e messo sotto processo, a Colonia e poi ad Avignone. Alcune sue proposizioni furono censurate nella bolla papale In agro dominico, del 1327, dalla quale risulta comunque che egli morì in pace e comunione con la Chiesa. Le sue opere, a lungo quasi del tutto dimenticate a causa della condanna subita, sono state riscoperte prevalentemente nel XIX secolo e sono ora tradotte anche in italiano.>>

(Fonte: Marco Vannini, “Oltre il cristianesimo”. © 2013 Bompiani, pag. 11, 16-18, stralcio)

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